Una strage annunciata. Ventinove vite spezzate, sepolte sotto una valanga di neve… e di responsabilità. A più di sette anni dalla tragedia dell’hotel Rigopiano, l’Italia assiste oggi all’ennesimo atto giudiziario, con la fissazione a Perugia dell’udienza preliminare per gli imputati eccellenti: tra loro anche l'ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo, e il dirigente della Protezione Civile regionale, Carlo Giovani.
Non è solo una formalità: è l’inizio di un nuovo processo alla coscienza di un intero sistema, quello che – secondo l’accusa – ignorò gli allarmi, minimizzò le richieste di soccorso e lasciò morire 29 persone sotto sei metri di neve e rovine. Una vergogna nazionale che torna davanti alla giustizia, ma che per i familiari delle vittime non ha mai smesso di urlare.
I reati ipotizzati sono gravissimi: omicidio colposo plurimo e lesioni, con l'aggravante dell’omissione. In altre parole, quelle morti non furono solo frutto della natura impietosa, ma della negligenza, della burocrazia, della superficialità di chi doveva proteggere e invece ha voltato lo sguardo altrove.
Lo scenario processuale si è spostato a Perugia per competenza, ma la montagna maledetta che ha inghiottito l’hotel Rigopiano resta lì, come una lapide eterna. Intanto, nella sala d’attesa della giustizia italiana, si consuma ancora una volta il dolore dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime: uomini, donne e bambini cancellati da un disastro evitabile, che oggi grida ancora vendetta.
Il processo sarà lungo, ma una cosa è certa: la neve può sciogliersi, la colpa no.