
Lo zio d'America
A cura di admin ·
Quando la fame post-bellica incontrò… le sorprese internazionali.
C’erano anni, a Basciano, in cui mangiare una minestra di patate sembrava un lusso. Nella miseria del dopoguerra, chi aveva uno Zio d’America era considerato quasi un nobile: il pacco dall’America era il Graal della sopravvivenza, con dentro cose mai viste e dal sapore quasi mitologico.
La signora Dina, fiera protagonista di questa (tragicomica) vicenda, ce la racconta così:
“Anche io avevo parenti negli Stati Uniti e un giorno arrivò il famoso pacco: un’enorme scatola che profumava d’oltreoceano, piena di ogni ben di Dio — marmellate, zucchero, farine di ogni tipo…
Tra queste, spuntava anche una misteriosa scatoletta senza etichetta. Dentro: una farina un po’ strana, un po’ grigia, che ricordava quella di lenticchie. E io? Prontamente la usai. Per due mesi l’ho buttata nella minestra di patate, pensando fosse qualche prelibatezza americana. Oh, che sapore intenso! Insolito, ma intenso…”
Finché arriva la lettera. Quella che avrebbe dovuto accompagnare il pacco. Ma, si sa, le Poste nel dopoguerra erano un po’ come la neve a Ferragosto: inaffidabili.
“Cara Dina,
Oggi ti abbiamo spedito un pacco con viveri. Sappiamo quanto ne abbiate bisogno.
IMPORTANTE: c’è un vasetto senza etichetta. Non è da mangiare. Dentro ci sono le ceneri di papà.
Era il suo ultimo desiderio: tornare in Italia. E siccome spedire un’urna è proibito, beh… lo abbiamo mescolato al resto. Siamo sicuri che capirai.”
Capito sì, dopo due mesi di minestrina “aromatizzata” allo zio defunto.
Morale della favola?
Se ricevi un pacco senza etichette, non cucinarci la cena. Potresti finire per servire lo zio d’America… con le patate